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XIV

Le lumache.

La crisi durò diversi mesi ma, anche quando fu passata, non ritornò più il precedente entusiasmo che portava la gente a percorrere chilometri per venire a comprare da me cose che poteva trovare a metà prezzo sotto casa. Dovetti svendere il surplus di prodotti ed adattarmi ad un livello di incassi molto più basso di quello a cui mi ero abituato.

Mi convinsi allora che bisognava diversificare la produzione per mettermi al riparo da futuri incidenti e ritornai a studiare...

Sulla rivista d’agricoltura avevo notato più di un articolo molto favorevole all’elicicoltura: il mercato delle lumache era in grossa espansione, la richiesta era in aumento, i prezzi erano convenienti e l’allevamento non richiedeva una particolare specializzazione.

Sempre dalla rivista ottenni l’indirizzo di un grosso elicicultore del nord. Naturalmente mi misi subito alla ricerca di un libro che mi desse altri ragguagli. Man mano che approfondivo l’argomento, la cosa mi sembrava sempre più fattibile: bastava recintare un pezzetto di terreno, coltivarvi alcuni ortaggi, e buttarci dentro le lumachine appena nate. Nel giro di qualche mese le lumache sarebbero state grandi e pronte per la vendita. Non c’era da arricchirsi, ma il reddito previsto era ottimo.

La cosa mi convinceva. Presi contatto con quell’allevatore del nord che poteva anche fornire le lumachine e lo andai ad incontrare alla Fiera dell’Agricoltura di Verona. Era un signore gentilissimo ed entusiasta e non mi meravigliai che, contrariamente a quello che pensavo fosse il suo interesse, incoraggiava troppo la concorrenza.

Quel signore si disse disposto a fornirmi le lumachine non appena fossi stato pronto; mi diede una serie di consigli sull’organizzazione, raccomandandomi di far analizzare il terreno per accertarmi che avesse il giusto grado d’acidità.

Appena ritornato in sede disposi subito per le analisi e, ricevuto un responso positivo, mi misi immediatamente a lavorare al recinto.

Avevo scelto un bel pezzo di terreno quasi pianeggiante e vicino ad un pozzo, facile da irrigare e con pochissimi alberi. Era all’estremo confine della mia piccola proprietà. A valle c’era una stradina interpoderale oltre la quale poi il livello del terreno ricominciava a scendere rapidamente.

Mi misi quindi all’opera: fu un lavoro sfibrante: piantare i pali, fissarvi la rete in modo che partisse da almeno trenta centimetri sotto terra (perché le lumache, oltre ad arrampicarsi alle reti, scavano anche sotto). Fortunatamente avevo sempre il conforto morale di Matteo che, seduto poco lontano, approvava.

Finalmente venne il momento di preparare il terreno e piantare gli ortaggi. Mi ci misi di buona lena, già immaginando quella bella ed ordinata distesa tutta verde e brulicante di tanti bei soldoni semoventi.

Avevo quasi finito quando dovetti sospendere qualsiasi attività perché cominciò a piovere.

Piovve incessantemente per molti giorni. La mia unica soddisfazione era di andare a vedere ogni mattina il mio capolavoro: le piantine appena messe apparivano verdi e rigogliose grazie alla pioggia - Non tutti i mali vengono per nuocere – pensavo impaziente di ordinare il primo stock di lumachine.

Poi, una mattina, andai come al solito a vedere la mia opera e non la trovai più. Al suo posto c’era un dirupo! Il terreno era completamente franato a valle, portando con se il mio lavoro e tutti i miei sogni. Fu allora che ripensai alla mia povera mamma e a ciò che mi diceva sempre di mio padre: - Se tuo padre si mettesse a fare i cappelli, nascerebbero i bambini senza testa! - Povero papà – pensai – e vero che non avevi soldi da lasciarmi. Ma era proprio necessario che mi lasciassi la tua sfiga?

In seguito alla frana, il vicino a valle della stradina di confine si ritrovò, nella sua proprietà, il mio bellissimo albero di noci, alcuni ulivi ed una decina di aranci. Naturalmente insieme con tonnellate di pietre e terreno.

Tutto questo ben di Dio che andò ad arricchire il suo podere, non lo rese felice e riconoscente come si potrebbe pensare: si precipitò da me stravolto, come se io, con le mie mani, gli avessi buttato in testa, uno per uno, gli alberi, le pietre ed il terreno destinato alle lumache.

Si chiamava Armando, e mi era sempre stato antipatico. Era un uomo di mezza età, alto e magro, non brutto, ma con dei lineamenti severi, quasi arcigni. Sempre educato ma mai sorridente. Secondo me, sarebbe stato perfetto come impresario di pompe funebri.

Non viveva nella bella casa colonica, dove teneva solo gli attrezzi, ma in una villetta che si era costruita ai margine del paese. Curava il suo podere solo par-time aiutato dalla moglie, una donnetta gentile che pendeva letteralmente dalle sue labbra.

I miei rapporti con lui erano stati rari e sempre improntati ad una fredda cortesia fino a quando non andammo a finire in tribunale.

Questo fatto accadde quando feci installare un nuovo cancello all’ingresso della mia stradina di accesso, in sostituzione di quello in legno marcio già esistente.

Venne da me e mi disse di toglierlo perché lui da anni usava la stradina per raggiungere la sua proprietà ed ormai aveva acquisito un diritto di passaggio.

Dopo alcune inutili udienze, ci accordammo: il cancello restò al suo posto e gli concessi il diritto di passare con l’asino ma non con auto o altri mezzi a motore. Accordo del quale restammo entrambi insoddisfatti e che non aiutò a migliorare i nostri rapporti già freddini.

In verità l’asino non lo vidi mai: passava su di un piccolo motocoltivatore, salutava educatamente e mi guardava aspettandosi una mia protesta che non veniva.

Probabilmente aveva già pronta la risposta: “Questa macchina mi fa il lavoro che faceva l’asino”. Ma non gli diedi mai la soddisfazione di darmela.

Ritornando alla frana... Mi aspettavo una richiesta di risarcimento che forse gli sarebbe stato anche dovuto, invece mi meravigliò dicendomi che avrebbe provveduto da solo a risistemare il suo terreno. Pretese però che, appena possibile, scavassi dei canali di drenaggio, in modo da scongiurare simili inconvenienti per il futuro.

Si rendeva conto dell’importanza dei lavori e si offrì di venire ad aiutare.

Il lavoro lo facemmo l’estate successiva e diede il colpo di grazia alle mie già esigue riserve: dovemmo noleggiare un grosso trattore, assumere degli operai e scavare tre solchi profondi che attraversavano tutta la mia terra, fino a raggiungere i canali di scolo che correvano lungo il confine ovest, poi colmarli di grosse pietre, in modo che l’acqua vi potesse passare attraverso, e ricoprire con il terreno.

I rapporti con Armando, lavorando duramente fianco a fianco, migliorarono, ma cominciarono a deteriorarsi quelli con la mia fattoria: erano quattro anni che vi riversavo fatica e fantasia, col solo risultato di vedere il mio conto in banca passare al rosso.

Intanto cominciavo a rendermi conto di essere diventato un vero e proprio selvaggio: parlavo quasi esclusivamente con le mie capre, i rapporti con gli amici si erano necessariamente diradati: se, in qualche occasione particolare, dovevo restare lontano per una notte per qualche piccolo ricevimento o per una ricorrenza in cui dovevo necessariamente accompagnare mia moglie, ricorrevo all'aiuto di Matteo affinché tenesse d'occhio "il forte".

Al mio ritorno, però, trovavo spesso polli e tacchini decimati, perché la volpe e la faina venivano sempre informate delle mie assenze e, naturalmente, accorrevano a rifornirsi di cibo per i mesi a venire. Mia moglie insinuava che fosse quella volpe di Matteo, ma io non le volli mai credere.

Un giorno ebbi un lungo colloquio con mia moglie e dovetti ammettere che l'avventura "campagnola" non aveva dato i risultati sperati.

Era stata molto utile per la mia salute fisica ma, a furia di parlare solo con le capre, mettevo a rischio quella mentale.

A parte il danno economico, che in effetti non c'era perché, nonostante i tanti soldi spesi, la proprietà si era rivalutata moltissimo, rimaneva il fatto che lei era stanca di combattere da sola con tre figli e che non esisteva alcuna prospettiva concreta di riunire la famiglia in tempi brevi.

Mi convinsi anch'io che era ora di porre fine a questo mio esilio volontario e che dovevo tornare a casa. Mi diedi quindi da fare per liquidare il tutto: il gregge lo vendetti al completo ad un pastore della zona, trovai degli acquirenti per il trattore e gli altri attrezzi, quello che non riuscii a vendere lo regalai ai "buoni vicini".

Mia moglie avrebbe voluto comunque tenere la proprietà ma le feci notare che sarebbe stato un inutile carico di spese per la manutenzione, visto che avevamo già una casetta al mare dove lei ed i figli preferivano trascorrere l'estate. Misi quindi in vendita il terreno e ritornai a Napoli per inventarmi un nuovo lavoro.

Quando, dopo circa un anno, riuscii a vendere, presi un buon terzo del ricavato e, per consolarmi, mi comprai la barca a vela dei miei sogni. 

   
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