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XVII

Burrasca

Fine agosto del 1990. Finite ormai le vacanze, ero all'ultima tappa di una piacevolissima crociera.

Partiti in cinque da Monte di Procida a fine luglio, eravamo discesi lungo la costa e, dopo una sosta di dovere per salutare la moglie "terragnola" in Calabria a Belvedere Marittimo, avevamo raggiunto le Eolie, Ustica e le Egadi.

Da Favignana, dopo una settimana di dolce far niente, avevamo fatto rotta diretta per Belvedere Marittimo (sempre per il solito dovere), e da qui, cambiato parzialmente l'equipaggio, eravamo ripartiti in tre per riportare la barca a Monte di Procida.

Ultima tappa: siamo ad Acciaroli. Sono le sette del mattino, il bollettino prevede mare e vento forza sei. Ci affacciamo al di là del molo, sul mare aperto. Il mare è quasi una tavola, non c'è un alito di vento. Riunione in pozzetto: che si fa? Giovanni (mio figlio) ha un impegno per domani, Silvana (la sua ragazza) non parla ma si capisce che vuole andarsene e io, dopo un mese di mare, vorrei trascorrere qualche giorno con mia moglie, prima di riprendere il lavoro. Conclusione: decidiamo che il bollettino non e' affidabile e partiamo.

Alle due del pomeriggio siamo in vista di Capri. Abbiamo navigato a motore tenendo la randa solo per compagnia, visto che di vento non se ne parla. Siamo perfettamente tranquilli, abbiamo avuto la conferma che il bollettino non serve, e non ci preoccupiamo più di accendere la radio.

Quando cominciamo ad attraversare le famose Bocche di Capri incontriamo un gagliardo vento di prua ed il mare comincia a spumeggiare un po' dappertutto. La cosa non ci turba più di tanto.

Sappiamo tutti che tra Capri e Sorrento c'è sempre un po' di vento e di mare. La barca, un Mania di dieci metri e mezzo e diciotto anni di età, naviga sicura e noi siamo sempre tranquilli. La pigrizia di un mese di crociera ci fa procedere sempre a motore, ma ora anche la randa porta bene e abbiamo la falchetta quasi nell'acqua. A bordo regna il disordine dell'ultimo giorno: il genoa, ammainato, è malamente fissato alla murata di sinistra, il reacher, allo stesso modo, alla murata di dritta. Le cinture di sicurezza, che normalmente sono appese all'interno della cabina, subito a sinistra dell'entrata, chissà dove sono state stivate "in bell'ordine".

Il vento rinforza ancora e - bontà nostra- decidiamo di dare una mano di terzaroli. Abbiamo appena finito che una raffica più' forte delle altre ci riduce a brandelli la vetusta randa.

Mentre Giovanni ne ammaina i resti il vento ed il mare diventano rapidamente sempre più violenti, il piccolo motore (un diciotto cavalli Fariman, stessa età della barca) non riesce più a farci avanzare. Le onde, quando non ci sollevano la prua quasi in verticale, spazzano la coperta ed arrivano in pozzetto, dove ho regolarmente l'acqua alle caviglie. Inoltre siamo continuamente accecati dalla massa d'acqua polverizzata che il vento strappa alla cresta delle onde.

Ormai siamo al centro del Golfo, equidistanti da Capri e da Ischia, fermi (si fa per dire). Il mare che possiamo vedere è completamente deserto ad eccezione di una grossa nave di linea, ad un paio di miglia davanti alla nostra prua, che, come in una immagine felliniana, procede dritta attraverso quell'inferno come se camminasse sui binari. Devo assolutamente invertire la rotta e, col mare in poppa, fuggire verso l'unico riparo che mi pare possibile e raggiungibile: il ridosso di Marina Piccola, a Capri.

Facile a dirsi ma, l'idea di mettermi, anche per un attimo, di traverso a quelle onde, mi preoccupa (eufemismo). Del resto non vedo altra soluzione; mi faccio quindi coraggio e mi preparo alla manovra: tolgo un po' di gas al motore ed aspetto l'onda meno "cattiva" delle altre, quando ci sono sopra do tutta barra a dritta e tutto gas.

La manovra riesce perfettamente ma, in tutta questa confusione, abbiamo dimenticato le due vele malamente fissate a prua che, cambiando direzione rispetto al vento, sono strappate dalle murate e gettate in acqua. Il genoa, che è rimasto fissato solo in un punto, si è tutto disteso in acqua non destando particolari preoccupazioni, ma il reacher, che è anche fissato a poppa per via di una scotta ancora strozzata, è diventato micidiale per la stabilità e la governabilità della barca. Naturalmente la scotta è incattivita e, con la fortissima tensione a cui è sottoposta, è impossibile scioglierla.

Fortunatamente almeno il coltello è al suo posto e quindi Giovanni può tagliarla abbastanza rapidamente. Ora il grosso del pericolo è passato, ma non posso continuare a navigare con queste due vele in acqua che, anche se fissate all'estrema prua, possono comunque arrivare sotto la carena e raggiungere pericolosamente la zona dell'elica o del timone. Bisogna toglierle. Io sono bloccato al timone ed ho paura di lasciarlo in altre mani perché le onde tentano continuamente di traversare la barca ed io, nella mia immensa presunzione, credo di essere l'unico a bordo in grado di contrastarle.

Devo necessariamente mandare Giovanni a prua, e senza cintura di sicurezza che in questo momento sarebbe impossibile trovare. Giovanni è giovane, abbastanza in forma, e per lui non è un problema raggiungere la prua aggrappandosi a tutti gli appigli possibili, ma ho comunque paura perché, anche se le onde vengono ormai da poppa, la barca assume posizioni tali da mandare in acqua chiunque non sia legato in qualche modo.

Quei minuti in cui mio figlio è rimasto aggrappato a prua sono stati certamente i minuti più lunghi della mia vita. Silvana, che per tutto il tempo è rimasta in piedi, sulla scaletta interna della cabina, seguendo le nostre manovre certamente con apprensione, ma con altrettanto coraggio, dalla sua posizione non può vedere la prua, e mi domanda in continuazione di Giovanni, con la voce rotta dal pianto ed i begli occhi pieni di lacrime.

Quando alla fine il Genoa è recuperato ci accorgiamo che il reacher, anche se liberato a prua, non viene su: è rimasta incattivita anche l'altra scotta. Evidentemente non ce ne eravamo accorti prima perché, essendo più lunga, era rimasta in bando. A questo punto non me la sento di chiedere altri sforzi all'equipaggio e decido che abbiamo bisogno di un'ancora galleggiante. Lascio quindi la vela in acqua, filata all'estrema poppa.

Intanto dalla radio, finalmente accesa nella speranza di un conforto, giungono una serie di voci concitate che si accavallano le une alle altre. Richiami, richieste di aiuto e, una sopra tutte, che urla in continuazione: "Uragano, Uragano!". Forse chiama soltanto una barca con quel nome, ma il risultato è di farci accapponare la pelle!

La situazione è comunque abbastanza migliorata, riesco a tenere la barca in rotta senza sforzo eccessivo; gli spruzzi, grazie alla nuova direzione di marcia, non mi arrivano più negli occhi, e posso distinguere, stagliate contro un cielo plumbeo, la costiera sorrentina e Capri, flagellata dalle onde. Giovanni, finalmente seduto in pozzetto di fronte a me, mi dà la conferma della diminuita tensione concedendosi un sano mal di mare affacciato alla murata. La costa caprese si avvicina velocemente, devo solo stare attento a non farmici sbattere contro, e passare dall'altra parte dell'isola per il lato esterno (verso Ovest) che, secondo me, è il lato meno pericoloso.

Sono talmente concentrato sulla rotta, che mi accorgo solo all'ultimo momento di essere stato raggiunto, da poppa, da una motovedetta della Capitaneria di Porto di Capri. Non avete idea di quello che può fare al cuore la vista di uno di questi mezzi quando non viene per controllare i documenti. Per fortuna siamo ormai sotto costa e Punta Carena è a qualche centinaio di metri davanti a noi; dobbiamo solo doppiarla per essere salvi. Quindi rassicuriamo a gesti quei bravi marinai che possiamo farcela da soli. Pochi minuti ancora e doppiamo Punta Carena.

E' inutile descrivere a chi è andato per mare - anche solo su un pattino - cosa si prova quando da una zona di mare agitato se ne raggiunge una di calma.

Siamo sotto una pioggia torrenziale, nonostante la cerata sono bagnato fino al midollo, tremo per il freddo, ma mi sento in Paradiso.

 

 
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