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II

Prime esperienze.

Il mio povero padre non aveva appoggi politici o amicizie altolocate, ma era molto stimato nel suo ambiente di lavoro e riuscì a farmi assumere presso la ditta in cui lavorava.

Il primo stipendio (trentamila lire) fu accolto in famiglia con molte feste. Decisi di darne ventimila in casa e di tenere le altre diecimila per le mie spese. Inoltre, essendo diventato solvibile, firmai diecimila cambiali per comprare il nostro primo televisore: un meraviglioso "Admiral" di ventuno pollici.

L'ambiente di lavoro era insopportabile: l'atteggiamento generale era di venerazione e di ossequio verso i principali, cosa che, per il mio maledetto carattere, non riuscivo a fare.

Mi misero a revisionare vecchi conti e passavo le giornate ad addizionare numeri che non capivo. Fortunatamente, ad una finestra di fronte, una bella brunetta lavava vetri per giornate intere e, ben presto, cominciai a scappare dall'ufficio per incontrarla.

Naturalmente fui scoperto: un altro al mio posto sarebbe stato licenziato; io, grazie a mio padre, fui solo trasferito ad un'altra sede.

L'altra sede era, nientepopodimeno che, il carcere di Poggioreale. La ditta aveva l'appalto per le forniture di tutto il materiale e gli approvvigionamenti occorrenti ed un bell'ufficio con sbarre alle finestre all'interno del carcere!

Nell'ufficio eravamo in pochi: Uno dei principali, un altro impiegato sui trent'anni ed io. Trovai una scrivania piena di pratiche arretrate e mi misi alacremente al lavoro: almeno non dovevo fare insulse somme da mattina a sera!

Il secondo giorno che ero lì l'altro impiegato mi fece un discorso: - Bravo, complimenti, vedo che hai evaso molte pratiche. Ma tu non devi fare così: più lavoro farai e più te ne daranno da fare e, oltretutto, mi farai fare la figura dello sfaticato. Tu non devi evadere più di una o due pratiche al giorno -.

Che dovevo fare? Mettermi a litigare con l'unico collega? Mi adeguai all'andazzo e, nel tempo che mi rimaneva, leggevo libri gialli.

Il principale era quasi sempre in giro e, quando mi fui abituato all'ambiente, cominciai a frequentare il bettolino dei detenuti dove c'era un vecchio pianoforte che mi divertivo a strimpellare. I miei migliori amici erano un vecchio ergastolano incaricato delle pulizie, un ladro con destrezza ed un piccolo truffatore che mi insegnò un sacco di trucchi con le carte.

Poi le cose cambiarono: si era appena laureato il figlio di uno dei titolari e, per fare pratica, fu assegnato al nostro ufficio. Non era un cattivo ragazzo, ma prese sul serio il suo lavoro di dirigente e cominciò a renderci la vita difficile. L'altro impiegato, esperto leccapiedi, si adeguò alla situazione. Io invece, col carattere insofferente che mi ritrovavo, non facevo che litigarci.

Un giorno lo trovai che frugava in un cassetto della mia scrivania, a torto o a ragione, la presi a male, la lite degenerò e, senza pensarci su, diedi le dimissioni: le prime della serie. Il mio primo lavoro era durato poco più di un anno!

Mi misi alla disperata ricerca di un impiego e, fortunatamente, riuscii ad ottenere un colloquio con i titolari di un'azienda importatrice di legnami. Di quel colloquio ricordo una lunghissima scrivania dietro la quale sedevano i tre fratelli titolari dell'impresa: mi studiavano con sufficienza dall'alto in basso e dovetti fare appello a tutta la mia volontà di lavorare per rispondere con modestia e sottomissione alla loro arroganza. Alla fine mi concessero un mese di prova: lo stipendio sarebbe stato di cinquantamila lire.

Il lavoro si rivelò un vero inferno: tutta la giornata al porto a controllare il legname che, dalle navi provenienti dalla Iugoslavia, veniva trasferito sui camion. A trasbordo ultimato dovevo, con l'aiuto di un gessetto, contare tutte le tavole caricate. Si era in pieno inverno ed il vento gelido mi infilava segatura dappertutto. Poi, in ufficio, dovevo calcolare i metri cubi di legname controllato e relazionare ai titolari.

Era un lavoro ingrato ma lo affrontai con determinazione ed impegno: non potevo permettermi di perdere un altro impiego.

Anche qui, però, il mio caratteraccio mi giocò un brutto scherzo: non potevo sopportare l'atmosfera di servilismo che si respirava in quell'ufficio e non perdevo occasione di dirlo apertamente ai miei colleghi.

Fu così che, alla fine del mese di prova, i padreterni mi convocarono nella megadirezione, mi consegnarono lo stipendio e mi dissero che non avevo superato la prova. Naturalmente non vollero darmi nessuna spiegazione.

Di nuovo disoccupato, non trovai di meglio che mettermi a vendere polizze assicurative: andavo di casa in casa, con il compitino che il bambino aveva fatto a scuola, e tentavo di convincere le famiglie ad accendere una polizza a favore del piccolo genio.

I risultati erano quantomeno deludenti: le famiglie mi accoglievano con cortesia, mi offrivano il caffè e mi accompagnavano affettuosamente alla porta. Lo sconforto era molto vicino, ma non intendevo mollare quando appresi che un mio cugino era stato assunto alla Olivetti senza raccomandazioni, inviando semplicemente una domanda.

Mi precipitai a mandare il mio modesto curriculum e, miracolo, fui convocato a Milano per un colloquio con viaggio pagato. In seguito ricevetti una regolare lettera di assunzione: avrei dovuto seguire un corso retribuito di un mese a Firenze, in una bellissima villa di proprietà della società, e poi avrei preso servizio, in qualità di venditore, presso la filiale di Napoli.

Ricordo ancora con piacere quel periodo a Firenze: eravamo tutti ragazzi giunti da ogni parte d'Italia; gli istruttori, di poco più anziani di noi, erano intelligenti e simpatici. Fu in quell'ambiente che sentii, per la prima volta, la frase che ho avuto modo di riascoltare in molte altre occasioni della mia vita: "Tu non sembri mai un napoletano!". Ci volle quasi tutto il mese per far capire a quei ragazzi con la testa imbottita di preconcetti che ero un napoletano come gli altri e che le cose che avevano sentito dire su di noi non sempre erano vere.

Il mio carattere tranquillo e facile alla battuta mi conquistò le simpatie di tutti e, molte sere, facevano circolo intorno a me che li stupivo col giochino delle tre carte e con tutti i trucchi imparati a Poggioreale.

In quel corso ebbi modo di conoscere i prodotti dell'azienda ma, soprattutto, quelle che allora erano considerate le più moderne tecniche di vendita. Il corso terminò il 29 di luglio ed il trentuno mi presentai in filiale a Napoli. Mi diedero il primo stipendio (quarantacinquemila lire) e mi dissero di ritornare a settembre perché, nel mese di agosto, la filiale sarebbe rimasta chiusa per ferie.

Questo lavoro cominciava sotto i migliori auspici: il primo stipendio per un piacevolissimo soggiorno a Firenze ed il secondo per un mese di vacanza!

   
 
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