XXII

Annamaria

Abitavamo nello stesso palazzo, in un vicolo della Sanità, lei al secondo piano ed io al terzo. Vi andai ad abitare che avevo cinque anni e lei tre.

Ci fidanzammo subito.

I nostri genitori sorridevano complici, io mi sentivo importante e lei, man mano che passavano gli anni, era sempre più tenera ed innamorata.

Ricordo ancora l’emozione struggente che provai quando, credo a dodici o tredici anni, giocavamo a marito e moglie ed io, con la mano infilata proditoriamente sotto il suo pullover, le accarezzai delicatamente il petto, dove si percepiva appena l’idea del seno che sarebbe nato.

Crescendo poi, non perdevamo l’occasione di appartarci in tutti gli angoli nascosti per baciarci appassionatamente. Mai il nostro amore andò oltre i baci.

Poi cominciò a respingermi ostinatamente. Era molto amica di mia sorella sua coetanea la quale, per lealtà, le raccontava puntualmente tutte le mie avventurette di diciottenne di cui veniva a conoscenza.

In quel tempo la mentalità corrente era che un uomo era tale solo se “conquistava” tutte le donne che incontrava ed io, coerente ed immaturo, mi adeguavo.

A venti anni ebbi un lavoro “serio” e dovetti andare per un mese a Firenze al corso di formazione. Era la prima nostra lunga separazione e, in quell’occasione, lei venne meno al suo principio e mi salutò, fuori la porta di casa sua, in mezzo alle scale, con tanti baci appassionati che, a distanza di tutti questi anni, non riesco ancora a dimenticare.

Poi cominciò l’opera distruttrice di mia madre. La ragazza apparteneva ad una famiglia la cui salute era probabilmente minata da qualche tara ereditaria: un fratello down, un altro fratello ed una sorella morti a diciotto anni... Da buona madre, cominciò con un bombardamento a tappeto: - Ragiona – mi diceva – Pensa cosa rischi; puoi avere anche tu dei figli malati... Puoi andare incontro ad una vita infelice. Ricorda che hai dei doveri... Soprattutto verso le creature che metterai al mondo.

Forse non ero innamorato quanto credevo, o forse non ero abbastanza uomo per accettare dei rischi. Il fatto è che ricominciai con le avventurette” e lei, naturalmente, non mi volle più.

Le nostre famiglie però erano amiche da troppi anni e continuavano a frequentarsi regolarmente. Così, quando si fidanzò, forzata dai suoi genitori con un uomo che non amava, ero presente.

E quando si sposò ero sull’altare a girare il filmino. E su quell’altare commisi la più grossa vigliaccheria della mia vita: Quando il prete le chiese se voleva sposare il qui presente eccetera eccetera, lei mi guardò per un’ultima volta, aspettando forse da me quel segnale che l’avrebbe salvata. Ma io le sorrisi e continuai a girare il film della sua condanna e della mia infamia.

Da quel giorno non la vidi più: si era trasferita in un’altra città.

Seppi in seguito da mia sorella che aveva avuto due figli sani da un matrimonio infelice.

 L’ultima notizia che mi giunse di lei fu che era morta per una dose eccessiva di barbiturici.

Spero vivamente che non esista un aldilà... Non avrei il coraggio di incontrarla.

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