III

Alla Olivetti

Alla Olivetti vidi il mio primo libretto di lavoro ed il primo sindacalista ma, soprattutto, incominciai ad imparare il lavoro che mi avrebbe accompagnato per il resto della vita.

Prima di questa esperienza avevo considerato il venditore (anzi il rappresentante) come una specie di mendicante nobilitato che andava a rompere le scatole alla gente per convincerla ad acquistare qualcosa. Pensavo che le uniche qualità necessarie fossero la faccia tosta e la facilità di parola e, oltretutto, sapevo di non avere né l'una né l'altra.

Iniziai quindi, pensando di fare qualcosa per cui non ero tagliato, solo per la necessità di guadagnare uno stipendio. Invece conobbi la vera dignità di questo lavoro, imparai l'importanza della professionalità, la soddisfazione di dare, prima del prodotto, una consulenza, compresi che ero io a dare un servizio al cliente e non lui a farmi un favore.

Naturalmente ci arrivai per gradi, ed i primi tempi furono veramente duri. Ai nuovi arrivati veniva affidata una piccola zona della città ed un pacchetto di schede clienti. Ma si trattava di piccolissimi utenti che, una volta acquistata una macchina per scrivere, avrebbero ricomprato solo dopo anni. Insieme con queste schede ne venivano consegnate altre azzurre, con scritto in grande: "Cliente speciale - non visitare". Erano questi i veri possibili compratori, che la società si guardava bene dall'affidare a dei novellini.

Inoltre bisognava raggiungere, ogni mese, un minimo di fatturato, pena il licenziamento. Era indispensabile quindi una continua ricerca di nuovi clienti e, per il mio carattere timido e schivo, era una tortura.

Si doveva entrare in un palazzo e, cominciando dall'ultimo piano, bussare a tutte le porte. A volte capitava che qualcuno citofonasse inviperito al portiere il quale si metteva al centro della tromba delle scale o del cortile ed urlava come un ossesso. Quando capitava desideravo sprofondare al centro della terra.

Col tempo e sotto la guida di un esperto capogruppo imparai il lavoro e cominciai ad ottenere discreti risultati. Anche i guadagni migliorarono perché, allo stipendio, si aggiungevano i premi che scattavano a determinati traguardi.

Imparai anche a controllare la zona dedicandovi non più di una o due ore al giorno: i clienti erano diventati amici, in caso di necessità mi avrebbero chiamato e, se qualcuno fosse andato a controllare le mie visite, avrebbero dichiarato sotto giuramento di avermi visto il giorno prima. Ma, finché i miei risultati erano superiori alla media, nessuno si sognava di venire a controllarmi. Tramite l'azienda potei comprare, di seconda mano, una Lambretta con trattenute mensili sullo stipendio di cinquemila lire. I miei tempi di lavoro si ridussero ancora: durante l'estate raggiungevo gli amici al mare quasi tutti i giorni e, d'inverno, passavo le giornate al biliardo o giocando a poker. Eravamo tutti ragazzi tra i 20 e i 25 anni e, una volta assicuratici i primi posti nella classifica venditori, dovevamo pensare solo a divertirci.

Alla filiale di Napoli eravamo una cinquantina al primo livello, poi c'erano una ventina di quelli più "tosti" ai quali erano affidati i clienti speciali (quelli delle famose schede azzurre). Naturalmente guadagnavano più di noi e rappresentavano il primo passo nella carriera che, a detta dei superiori, ci avrebbe potuto portare anche alla dirigenza.

Impiegai quasi tre anni per passare al secondo livello. Avrei dovuto farcela prima ma non ero molto simpatico al direttore: avevo avuto l'ingenuità di pubblicare sul giornalino interno una poesiola che non ricordo più, ma che cominciava così:

"Quando vene 'o vintisette

tutte quante stanno allere..

sulo 'ncoppo all'Olivette

veco facce nere nere..."

Comunque, con il nuovo incarico, dovetti rimettermi a lavorare: la clientela era più impegnativa ed i traguardi erano molto più alti. I soldi però aumentarono e, anche se continuavo a dare quasi tutto a casa, potei comprare a rate la mia prima seicento (sempre di seconda mano).

In quel periodo conobbi una biondina di diciannove anni tutta fuoco, che mi incantò al punto che oggi, dopo cinquant'anni, ancora mi incanta.

Ora avevo fretta di guadagnare di più: oltre ai soliti soldi a casa dovevo anche consegnare, nelle mani di quell'angioletto, una quota da destinare alla nostra futura vita in comune. Il successivo sviluppo della carriera sarebbe stato il passaggio ad un settore specialistico, all'arredamento per uffici o alle macchine contabili (allora i computers erano ancora di là da venire). Mi ricordai di essere un ragioniere e decisi di puntare alle macchine contabili.

La cosa prese per le lunghe: dopo due anni non avevo fatto nessun passo avanti. Avevo visto sorpassarmi due o tre persone ma, uno era laureato ed era stato assunto direttamente per altri incarichi, un altro era più anziano, un altro ancora era nella commissione interna e la società non poteva scontentarlo. Protestai vivacemente ma il mio capo mi fece capire che queste cose nelle aziende succedevano. Se avessi voluto, avrei potuto entrare anch'io nella commissione.

Ma allora ero ancora un ragazzo troppo idealista per ricorrere a questi mezzi.

Un giorno ebbi un'idea che si rivelò vincente: programmai la più costosa delle calcolatrici con un carrello e la misi in condizione di fare le fatture in automatico senza ricorrere all'uso delle fatturatrici, che erano carissime, non alla portata di tutti e trattate solo dai contabilisti. Il costo di una sola macchina rappresentava il fatturato richiestomi per un mese e, poiché risolvevo al cliente un problema facendogli spendere la metà del costo di una fatturatrice, cominciai a venderne in numero sempre maggiore. Balzai in testa alla classifica venditori distanziando tutti gli altri e vi rimasi, irraggiungibile, per un anno.

Fino a quando, insieme con un collega, non poterono fare a meno di inviare anche me a Milano per un colloquio con il dirigente del settore macchine contabili. Il colloquio andò bene ma, ritornato a Napoli, seppi che era stato prescelto solo il mio collega. Per venti anni mi sono chiesto cosa avesse meglio di me, poi lo incontrai in fiera a Bari, amministratore delegato di una società del gruppo, e mi svelò quello che avrei dovuto capire da subito.

Ritornato a lavorare, andai a trovare un cliente a cui avevo venduto uno dei miei accrocchi, un anziano signore che, non appena mi vide, esclamò:- Ragionié, non vi vedo bene. E' successo qualche cosa? - Avevo bisogno di sfogarmi e gli raccontai tutto.

- Non per sapere i fatti vostri, ma voi, alla Olivetti, quanto guadagnate?

- Mah... dipende... centoventi... centotrenta...

- E chi ve lo fa fare? Ma voi lo sapete che, con la vostra professionalità, qui da noi guadagnereste almeno il doppio?

- E voi sareste disposto ad assumermi?

- Certamente. Qui non esiste stipendio fisso ma, con le provvigioni, non c'è limite a quello che potrete guadagnare.-

Era un uomo che stimavo ed ero anche troppo incazzato. Risposi senza pensarci un momento:

- Aspettatemi, vado a posare la borsa e torno!

Le mie dimissioni alla Olivetti fecero una certa sensazione: il primo in classifica che se ne va... Il direttore mi convocò nel suo ufficio e tentò per più di un'ora di farmi cambiare idea ma, quando mi resi conto che faceva solo vaghe promesse e che non era in grado di influire sulla decisione presa più in alto, gli confermai il fermo proposito di andar via.

Il distacco da un lavoro che avevo svolto con soddisfazione per sei anni fu traumatico ed in seguito, per anni, continuai a sognare quell'ambiente e quegli amici.

   
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