XXXI

Ricordi di guerra

 Non vi aspettate epici racconti di eroiche gesta, di battaglie, o sanguinosi scontri. Quelli che leggerete sono i ricordi di un bambino di sei/sette anni che visse la guerra come qualche milione di coetanei, forse meglio di tanti altri.

La prima delle sue fortune fu quella di avere un padre con un occhio solo, menomazione che lo salvò dal servizio militare e che gli permise di rimanere a proteggere la sua famiglia e, per quello che poteva, quelle di fratelli e cognati andati in guerra.

Quel bambino, naturalmente, ero io.

Il primo ricordo è quello dei bombardamenti inglesi. Arrivavano puntuali; dopo l'allarme, giravano a lungo sull'obiettivo e difficilmente lo sbagliavano.

Noi abitavamo all'ultimo piano di un vecchio caseggiato nel centro storico e, per metterci al sicuro, ci trasferivamo al primo piano, da amici che ci accoglievano di buon grado quasi tutte le sere, dopo cena.

Ricordo un enorme cavallo a dondolo nell'ingresso, che era la mia passione. Il padrone di casa organizzava nel soggiorno la proiezione di cartoni animati, spesso disturbati da Giuseppe, di un anno più piccolo di me, che se contrariato per qualcosa, si metteva in piedi sulla sua sedia intercettando il fascio di luce del proiettore.

Questo fino a quando cadde la prima bomba su di un palazzo del nostro quartiere, sventrandolo fino alle fondamenta.

Fu allora che, accorgendoci di quanto fosse ridicolo il nostro rifugio, ci trasferimmo in una grande casa nel rione Sanità: eravamo più lontani dal porto e vicinissimi all'ingresso delle enormi grotte che si aprivano sotto Capodimonte, da sempre utilizzate come stalle per cavalli e rimesse per i "carrettoni", che erano dei grandi carretti a quattro ruote, trainati da due o quattro cavalli e venivano utilizzati per i trasporti (una specie di tir di quei tempi).

Sotto quelle grotte mio padre organizzò una specie di seconda casa, con brandine pieghevoli ed un fornelletto a spirito per riscaldare la pappa della mia sorellina minore.

Ricordo ancora l'odore di umidità e di stallatico che si sentiva entrando.

Quando suonavano le sirene dell'allarme venivo strappato dal calduccio del letto e, in fretta e furia, si correva al ricovero.

Lo spettacolo che si vedeva dagli ampi finestroni del palazzo mi incantava: mi fermavo a guardare il cielo solcato dalle luci dei riflettori, illuminato dagli scoppi delle granate e dai proiettili traccianti.

Dovevano tirarmi via a forza. Poi, una volta al sicuro, mi riaddormentavo sulla mia brandina, avvolto in coperte militari procurate chissà come, fino al cessato allarme, quando venivo svegliato di nuovo, per ritornare a casa nel mio letto.

E, se in una notte accadeva una volta sola, era una notte fortunata.

Mio padre però era troppo preoccupato per la nostra incolumità e decise di "sfollare". Trasferire cioè la famiglia in qualche paesino lontano dagli obiettivi militari.

Scelse una frazione di Aversa, in provincia di Caserta, dove il comandante della locale stazione dei carabinieri, che era un amico, convinse una famiglia di agricoltori ad ospitarci.

Il mio primo impatto con la campagna fu disastroso: quando scesi dal camion che ci aveva portato, affondai col piede e tutta la gamba nel fango (un elemento che vedevo per a prima volta!) e, nel tentativo di liberarmi, estrassi la gamba lasciando sepolta la scarpa…

Rimasi così a piangere, su un piede solo, fino a che vennero a liberarmi.

La casa era su due piani e si sviluppava tutta intorno ad un grande cortile. Ci vennero assegnate una camera da letto al primo piano alla quale si accedeva da una balconata esterna, alla fine della quale era un piccolo gabinetto, ed anche una stanza al piano terreno che, per più della metà, era occupata da un granaio.

Non disponevamo di una cucina, ma mio padre aveva procurato una fucina, un fornello da fabbro che andava a carbon fossile, con una manovella di lato che bisognava girare per soffiare sul fuoco.

Girare quella manovella fu il mio primo compito importante.

Fu quello però il periodo in cui, fuori dalle mura di un appartamento di città, incontrai la vita. La stessa sera del nostro arrivo incontrai il dialetto.

Mia madre, che stava cucinando qualcosa, mi disse:

- Va dalla signora Giuseppina e chiedi se ha un po' di prezzemolo.-

La contadina era in una grande cucina proprio a fianco al nostro granaio e, felice di rendermi utile, obbedii. La donna non mi capiva e, dopo avermi fatto ripetere la mia richiesta fino alle lacrime, venne da mia madre:

- Signò, ma che vo' stu criaturo? Io nun 'o capisco: dice "prezzemolo"…

- 'O petrusino, signò, 'o petrusino…

- Ah… 'o petrusino… Chillo diceva prezzemolo… Cumme parla strano.. Viene piccirì, che te ne dongo quanto ne vuò!

Fu così che il mio vocabolario si arricchì della prima parola dialettale: 'o petrusino.

Trovavo tutto nuovo e meraviglioso. I miei coetanei per me erano un pozzo di scienza. Nelle nostre scorrerie per le campagne mi indicavano il nome di ogni pianta, mi insegnarono a fare le sigarette con la carta di giornale e le foglie secche, mi spiegarono i misteri del sesso con la naturalezza e la semplicità che solo dei ragazzini cresciuti tra gli animali potevano avere. Mi procurarono anche un piccolo shock, quando mi rivelarono che la befana non esisteva.

Anche il vitto fu una sorpresa piacevole. Ormai ero abituato alle sbobbe che mia madre preparava con quel poco che si riusciva a reperire in città: il pane nero e duro fatto con la crusca e con chissà quali altri ingredienti strani, la polenta, il castagnaccio, le zuppe di fagioli di cui aveva fatto grandi scorte in previsione dei tempi duri che sarebbero arrivati.

In campagna invece, grazie alla previdenza di mio padre che insieme con i fagioli, aveva fatto provviste di olio ed altre cose, si riusciva a mangiare quasi bene: mia madre barattava con i nostri ospiti qualche bottiglia di olio o di liquore contro farina, pane fatto in casa, frutta, ortaggi e, a volte, anche qualche pollo.

Quando poi uccidevano il maiale c'era sempre qualcosa anche per noi.

La signora Giuseppina si era affezionata a me e, ogni volta che faceva il pane, infornava apposta "po' piccirillo" una piccola pagnotta o qualche biscotto.

Anche il vecchio marito Bartolomeo, chiamato in paese compa Martummeo all'uorto (compare Bartolomeo all'orto), mi voleva bene: mi chiamava Lorenzo perché gli ricordavo il figlio che era in guerra. La sera mi faceva sedere accanto a sé nella grande cucina vicino al camino, chiacchierava con me e, incurante delle proteste della moglie, pretendeva che bevessi, un ottimo vino bianco appena salito dalla cantina: il famoso asprino.

C'era anche una figlia sposata, Maria, che viveva col marito in un'ala della casa, ed altre due figlie, Adelaide e Nunziatina, tutte e due in età da marito. Purtroppo la tradizione voleva che sposasse per prima la figlia maggiore e la povera Nunziatina, fidanzata da dieci anni, era sempre in attesa che la sorella trovasse un pretendente.

Queste abitudini del luogo scandalizzavano parecchio mia madre che già mal sopportava il fatto che, la domenica in Chiesa, le donne dovessero sedere da un lato della navata e gli uomini dall'altro.

Io però ero orgoglioso di sedere con gli uomini.

La guerra sapevamo bene che c'era, ma non la vedevamo: Nessun bombardamento e nessun militare in giro. Una mattina vidi dal cortile due caccia impegnati in un duello, manon riuscii a sapere come finì, perché mi trascinarono al coperto dicendo: "Quelli non stanno certo a guardare dove sparano!".

Mio padre andava regolarmente a lavoro tutte le mattine e si alzava prestissimo perché doveva andarci in bicicletta; naturalmente la sera ritornava molto tardi. Lui la guerra la vedeva bene: ricordo che una volta ritornò a casa a tarda notte, con gli abiti ed il viso completamente ricoperti di una polvere bianca e macchiati di sangue rappreso. Era venuto fuori per miracolo da un edificio bombardato e, in quelle condizioni, dopo un pomeriggio trascorso scavando con le mani tra le macerie, per tirar fuori morti e feriti, si era fatto, pedalando al buio, i chilometri che lo separavano da noi.

La bicicletta ed i carri a trazione animale erano gli unici mezzi di trasporto possibili. Biciclette per bambini in quel paese non esistevano ma, in cambio, ce n'erano dappertutto di quelle per adulti.

I bambini del posto ci andavano in piedi sui pedali, infilando una gamba attraverso il telaio, ed imparai a farlo anch'io.

Quasi tutte le mattine Bartolomeo ed il genero Luciano (detto Ciacione) Andavano a lavorare nell'orto con un carro ('o traino) tirato da un bue. Spesso mi portavano con loro e, per me, viaggiare su quel carro era una straordinaria avventura.

Si percorreva una strada di campagna procedendo con le grandi ruote in due profondi solchi scavati nello sterrato da tutti i passaggi precedenti. Il bue si conduceva solo con una corda legata alla base delle corna, ma conosceva la strada e faceva tutto da solo. Chiedevo sempre di guidare io e me lo lasciavano fare. Tanto, per quanto potessi urlare e strattonarlo, lui non si lasciava deviare. Ricordo che una volta in cui non ci dovevamo fermare all'orto ma andare in un campo più lontano, ci vollero gli sforzi congiunti dei due contadini per non farlo girare nella solita stradina.

Il sabato indossavo sempre la mia divisa di figlio della lupa e mi pavoneggiavo in giro per il paese sotto gli sguardi ammirati ed invidiosi dei ragazzini.

L'otto settembre del quarantatré, era di mercoledì, ed avevo sette anni e mezzo. Avevo appena ricevuto la mia nuova divisa di balilla ed ero molto orgoglioso del fazzoletto azzurro che portavo al collo al posto delle fasce bianche incrociate della divisa precedente.

Quando, al sabato, uscii per la solita passeggiata, fui fermato da un giovane che mi strappò dal petto la "M" di Mussolini e la gettò in mezzo alla strada: - Il Duce non c'è più - disse - E' ora di finirla con queste pagliacciate!-

Ritornai a casa con le lacrime agli occhi e raccontai tutto a mia madre che esclamò: "Era ora! Togliti questa divisa".

Nei giorni successivi i miei amici che, chissà come, ne sapevano sempre più di me, mi spiegarono cosa era successo: Un certo maresciallo Badoglio aveva chiesto l'armistizio ai nostri nemici che non erano più nemici. Ora i nemici erano i tedeschi.

Ero troppo piccolo o troppo stupido per capire: cresciuto nel mito dell'amor di Patria, della bandiera e della lealtà, non riuscivo ad accettare l'idea che gli italiani, di cui ero tanto fiero, avessero potuto fare un'azione del genere ai nostri amici, rivoltandosi contro di loro dopo aver combattuto fianco a fianco, ed alleandosi con quelli che ci avevano bombardato, che avevano ucciso i nostri compatrioti e distrutto le nostre case.

Per qualche tempo la vita continuò come al solito, poi si cominciarono a vedere anche nel nostro paesino le pattuglie di soldati tedeschi ed iniziarono le requisizioni.

Io ero spaventato, ma trovavo più che giusta la loro reazione: li avevamo traditi.

Si iniziarono a vedere i manifesti sui muri delle case: Si ordinava agli uomini di presentarsi ai comandi tedeschi, minacciando gravi sanzioni agli inadempienti.

Con le continue irruzioni nelle fattorie e la requisizione delle scorte alimentari dei contadini, diventò difficilissimo procurarsi qualcosa da mangiare. La nostra famiglia era particolarmente numerosa: i genitori, quattro figli, di cui ero il maggiore, la nonna materna ed un turno continuo di due o tre cugini che, con i padri in guerra, a casa propria avrebbero sofferto la fame.

I nostri ospiti avevano nascosto in fondo ad un pozzo un po' di grano, del granturco e poche altre cose, ma non bastavano neanche per loro.

Inoltre non era nemmeno possibile macinare quel grano perché il mulino era sorvegliato dai tedeschi e quindi inaccessibile.

Si dice che la necessità aguzza l'ingegno ed io aggiungerei, fa anche vincere la paura.

Una notte, chissà perché coinvolsero anche me, forse per convincere le donne che non vi era pericolo, caricammo tre sacchi di grano sul calesse ed affrontammo l'avventura di raggiungere il mulino che, fortunatamente, era in aperta campagna.

Mio padre si guadagnò il suo posto ed il suo sacco coinvolgendo l'amico maresciallo dei carabinieri che, per amicizia, e forse per un sacco di farina, accettò di partecipare alla spedizione. Infatti fu solo grazie alla sua autorevole intercessione che potemmo ottenere la collaborazione del proprietario del mulino.

Fu così che ci assicurammo almeno il pane e, con un po' di frutta e verdura, riuscimmo a tirare avanti.

Un pomeriggio giunse trafelato un amico di famiglia (quello che ci aveva ospitato durante i primi allarmi aerei) per darci una triste notizia: il fratello maggiore di mio padre, ufficiale dei carabinieri, era stato ucciso dai tedeschi.

Naturalmente mio padre si precipitò a Napoli e, quando ritornò, la nostra famiglia crebbe ancora, con l'aggiunta delle tre cuginette rimaste orfane.

Mio padre era appena ritornato quando nel nostro cortile arrivò, a cavallo, il fratello di Luciano con un'altra notizia: i tedeschi rastrellavano tutti gli uomini che trovavano, li caricavano sui camion e li portavano via. Non si sapeva dove.

Si decise quindi che gli uomini avrebbero lasciato le case e sarebbero andati a nascondersi in alcuni pozzi in campagna.

Ma c'erano in paese anche altri sfollati amici che, per le loro condizioni di salute, non avrebbero retto ad un lungo soggiorno in fondo ad un pozzo. Mio padre allora propose di condurli con sé nella nostra casa di Napoli che ormai tutti sapevano chiusa e disabitata.

La signora a fianco avrebbe messo il lucchetto dall'esterno. Sarebbero rimasti con le imposte sbarrate e sarebbero vissuti grazie ad una riserva di patate che, andando in campagna, non era stato il caso di portare con noi.

Io rimasi "l'uomo di casa" e ogni sera scortavo Nunziatina che andava a portare un po' di cibo e qualche notizia agli uomini nascosti nei pozzi.

Quando gli alleati arrivarono a Napoli, mio padre si aggregò alle truppe per poterci raggiungere al più presto.

Contrariamente a quanto previsto, per coprire quei pochi chilometri, impiegò più di una settimana. Gli alleati avanzavano con molta prudenza e se ne stavano per giorni interi fuori di ogni paesino che incontravano sparando ai fantasmi, fino a quando non erano più che sicuri che non avrebbero incontrato l'ombra di un tedesco.

Mio padre ci raccontò che agli abitanti che gli venivano incontro per rassicurarli ed invitarli ad avanzare, solevano rispondere: "Per fare un proiettile ci vuole un minuto, per fare un uomo ci vogliono vent'anni". Naturalmente si riferivano ai loro uomini, perché dei civili e dei bambini che finivano sotto le cannonate, evidentemente, non gli fregava niente.

In attesa di poter riportare la famiglia a Napoli, mio padre riprese i suoi spostamenti in bicicletta per andare al lavoro. Una sera lo attendemmo invano per molte ore fino a che giunse, in piena notte, trascinando a mano la bicicletta: aveva la testa fasciata con un pezzo della sua camicia e zoppicava vistosamente.

- Un regalo degli alleati - ci disse.

Mentre procedeva per la solita strada era stato sorpassato da un camion carico di marocchini ed uno di loro, per farsi una risata, lo aveva colpito al capo con un oggetto contundente.

Poi, non ricordo né come né quando, ritornammo a Napoli. La guerra, almeno per noi, era finita.

A scuola venivano tutti i giorni un'infermiera che ci distribuiva pillole di vitamine ed un americano che ci spruzzava DDT sotto la camicia.  

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