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IV

Nuove esperienze. 

L'azienda che mi aveva assunto era grossista di ricambi elettrici per auto e distribuiva, in rappresentanza, un'importante marca di accumulatori.

Era a conduzione familiare e guidata con polso di ferro dal signore di cui ho parlato, ex ufficiale di marina, coadiuvato dalla moglie e dal figlio. Persone amabilissime, ma il lavoro era veramente duro: viaggiavo fino a sera tardi in tutta la Campania visitando piccoli rivenditori e, soprattutto, officine elettrauto. Tutte le sere terminavo l'ultima visita ad officina chiusa, quando finalmente il titolare aveva un po' di tempo da dedicarmi.

La giornata passava in lunghe attese in piedi per cogliere un momento di pausa nel lavoro ed ottenere l'attenzione del mio cliente. Erano quasi tutte botteghe e piccoli garage aperti sulla strada e, d'inverno, quando finalmente mi mettevo in macchina per tornare a casa, mai prima delle nove o le dieci, ero un ghiacciolo. C'era anche un altro venditore, più anziano di me, prodigo di consigli inutili, che però me ne diede uno che misi in pratica: fermarmi, di tanto in tanto, alle stazioni di servizio, e mettere i polsi sotto l'acqua calda.

I soldi arrivavano in abbondanza, ma ero diventato un vero e proprio schiavo del lavoro. Anche il sabato bisognava essere in ufficio per partecipare a lunghe ed inutili riunioni, che finivano nel tardo pomeriggio. La domenica ero un cadavere e la trascorrevo quasi tutta a dormire.

Dopo meno di due anni avevo messo da parte abbastanza soldi per pensare seriamente al matrimonio ed avevo accumulato tanta stanchezza da non voler pensare a niente.

Un giorno Emma, la mia fidanzata, mi disse: - Lo zio Nino ti vuole parlare. -

Lo Zio Nino era il marito della sorella della mia futura suocera. Dopo la prematura morte del padre di Emma, si era assunto il compito di vegliare sulle nipoti e, con la sua severità, mi aveva dato non pochi problemi.

Era direttore commerciale di un'azienda di Milano, circondato dalla rispettosa ammirazione di tutti perché era arrivato all'importante carica salendo, gradino per gradino, dalla qualifica di fattorino con cui era stato assunto da ragazzo. Da questo colloquio non mi aspettavo niente di buono ma, naturalmente, non lo potei evitare. - Ho da farti una proposta che ti prego di considerare seriamente- Esordì. - Avrei voluto fartela prima ma, fino a quando eri alla Olivetti, non me la sentivo di indurti a lasciare un buon posto. Il direttore della nostra filiale di Napoli, tra due anni, andrà in pensione. Se accetterai avrai due anni di tempo per farti le ossa come venditore e se, come sono sicuro, ti dimostrerai all'altezza, potrai prendere il suo posto. Lo stipendio è molto lontano da quello che guadagni adesso, ma avresti tutte le spese rimborsate e, soprattutto, una situazione regolare con i versamenti in regola per la pensione. Non sarai sempre giovane ed un giorno l'apprezzerai.-

- Grazie - Risposi - Ma preferisco contare solo sulle mie forze: non troverei nessuna soddisfazione da un lavoro svolto sotto l'ala protettrice di un parente.

- Allora non hai capito niente! Credi che io sia arrivato dove sono arrivato facendo favori ai parenti? Sono io che ho bisogno di te per risolvere il problema di Napoli: non mi piace come sta andando e, per quanto abbia cercato, non ho trovato la persona adatta all'incarico. Per me tu sei quella persona e, se ti può tranquillizzare, sappi che sarai trattato come tutti gli altri, anzi peggio, perché non posso mostrare di fare delle preferenze: avrai tutti gli occhi puntati addosso e, se non ti dimostrerai all'altezza, non potrò fare niente per aiutarti-.

Sapevo quanto era "carogna" e gli credetti.

Un lavoro più ordinato e meno stressante e con una effettiva possibilità di miglioramento non poteva non interessarmi. Gli dissi che ci avrei pensato, ma avevo già deciso.

Quando diedi le dimissioni il mio vecchio principale le prese come un'offesa personale e mi salutò freddamente senza voler sentire ragioni.

La filiale di Napoli della nuova azienda era un simpatico ufficio al primo piano di un palazzo moderno, in una zona periferica. C'era un salone con un banco dietro al quale erano allineate quattro scrivanie, e, in un'altra stanza, l'ufficio del direttore. Per una scala interna, si scendeva al deposito, che occupava tutto il piano terreno del palazzo.

L'azienda produceva articoli di gomma: pneumatici per bicicletta e moto, articoli tecnici, stivali, impermeabili da lavoro, tubi in gomma ed in plastica, scarpette da ginnastica, materassini e canotti gonfiabili. La filiale serviva la Campania la Calabria ed il Molise. Oltre al vecchio direttore, c'erano un capoufficio, un impiegato, un altro venditore e due fattorini.

Il direttore mi accolse molto cordialmente (ero sempre il nipote del suo capo), mi presentò agli altri dipendenti e mi assegnò, come zona di lavoro, il Molise e parte della Campania.

Non ci misi molto a rendermi conto che i prodotti erano mediamente più cari della concorrenza e, molti di essi, di qualità scadente. Ma, ormai ero in ballo e mi misi a lavorare di buona lena.

Ero in viaggio tutta la settimana: facevo il giro della zona dal lunedì al venerdì, fermandomi a dormire in albergo anche quando ero a meno di 50/60 chilometri da casa: l'azienda voleva che al mattino ci trovassimo già pronti al lavoro freschi e riposati. Il sabato ero a casa.

In fondo quella vita mi piaceva. Ricordo ancora una bellissima giornata di sole su una strada dell'alto Molise: in macchina, con il tettuccio aperto, cantavo a squarciagola e pensavo "che meraviglia... E, per essere qui, mi pagano pure!"

Ero un buon venditore, alla scuola della Olivetti avevo imparato tutte le più moderne tecniche di vendita e le applicavo, lavoravo seriamente e, ben presto, si videro chiaramente gli incrementi di vendite su tutti i prodotti. In ufficio cominciarono a stimarmi per il mio lavoro e non per quello che ero e, dopo un anno, feci il grande passo.

Al ricevimento del matrimonio, in un grande albergo napoletano (pagato dal nonno di mia moglie), venne anche il direttore e, naturalmente, lo zione megadirettore.

L'anno dopo il vecchio direttore andò in pensione ed ebbi una lettera di nomina a direttore f.f. . Le due iniziali aggiunte al titolo significavano "facente funzione". Ebbi un piccolo aumento di stipendio e la mia qualifica rimase quella che era.

In ufficio fu una tragedia: il capoufficio, sapendo che ero in prova, iniziò a farmi ostruzionismo in tutto, l'altro venditore e l'impiegato diedero le dimissioni. Potevo contare solo sui due fattorini. Ma ero giovane ed entusiasta: mi tirai su le maniche e mi tuffai nel lavoro riuscendo a far navigare una barca che faceva acqua da tutte le parti.

I risultati del mio primo anno da f.f. evidenziarono, nonostante le difficoltà, un sensibile incremento ma della nomina a direttore non si parlava. Intanto avevo imparato altre cose: a trattare col personale, a fare corrette previsioni di vendita che mi permettevano di tenere fornito il deposito senza eccedenze, ad istruire e guidare i venditori.

Dopo il secondo anno ricevetti lodi e complimenti ma la benedetta nomina neppure arrivò. La ricevetti solo quando, persa la pazienza, scrissi una dura lettera in cui dicevo chiaramente che un ulteriore ritardo mi avrebbe fatto pensare che l'azienda non era soddisfatta del mio lavoro e, in questo caso, non avrei potuto fare altro che dare le dimissioni.

A trent'anni avevo raggiunto una posizione lavorativa soddisfacente, avevo un figlio, ed ero contento. Il lavoro però non era facile: l'azienda aveva i suoi limiti che, per un venditore, erano una palla al piede. Nonostante inviassi le previsioni di vendita all'inizio di ogni anno, ricevevo poco più della metà della merce richiesta. Questo limitava i miei incrementi di vendite e, naturalmente, i premi di produzione.

Alle continue proteste scritte mi si rispondeva con gentili letterine (che conservo tutte) in cui mi si invitava ad aver pazienza, che le cose sarebbero cambiate, eccetera. I miei colleghi di altre filiali soffrivano degli gli stessi mali e cominciò a serpeggiare un diffuso malcontento verso la direzione. Io, pur condividendo, ero in serio imbarazzo a causa della parentela. Continuavo comunque ad impegnarmi nel lavoro e, nel dubbio, non rinunciavo a sperare.

Un giorno incontrai Carlo. Era stato mio collega in Olivetti e, mi disse, era ancora li. Andammo a colazione insieme, non ci vedevamo da due anni; rimanemmo a lungo a tavola raccontandoci le nostre vicissitudini: non era molto soddisfatto del suo lavoro.

Approfittai dell’opportunità di assicurarmi la collaborazione di un amico e gli proposi di venire a lavorare con me: accettò subito.

La sua professionalità mi era nota e non fui sorpreso degli ottimi risultati che otteneva sul lavoro. La stima reciproca e la lunga frequentazione rinsaldarono la nostra amicizia. Aveva però un difetto: guidava l’automobile da cane: affrontava le curve tutte e comunque in quarta (allora poche macchine avevano la quinta, altrimenti le avrebbe fatte in quinta), sorpassava all’improvviso e senza segnalare e commetteva mille altre imprudenze, come se pensasse di essere immortale.

Durante i lunghi viaggi che facevamo insieme per lavoro, sempre con la sua macchina (le indicazioni aziendali erano di usare le macchine dei venditori), non facevo altro che invitarlo alla prudenza e ad una guida più accorta, ma non c’era verso di fargli intendere ragione.

Una sera di inverno, ritornavamo insieme da Campobasso. La vecchia strada statale, già normalmente molto pericolosa, era ghiacciata. Carlo guidava come al suo solito ed io gli facevo le solite prediche, quando, ad una curva, la macchina slittò e finì giù dallo strapiombo. Fummo miracolosamente fermati dalla chioma di un albero, dove rimanemmo incastrati.

Quando finalmente ritornai in ufficio gli scrissi subito una lettera ufficiale di biasimo minacciandolo di licenziamento, se avesse continuato a guidare nel suo modo suicida. Dopo di che, azienda o non azienda, non misi più piede sulla sua macchina.

Carlo però continuò a fare a modo suo: capitava molto spesso che rimandasse un appuntamento di lavoro perché aveva avuto “un piccolo incidente”… Poi, una mattina, appena arrivato in ufficio, il mio vice mi disse:

- Carlo ha avuto un incidente.-

La mia esasperazione era ormai al culmine, per cui chiesi irritato:

- E’ morto?

- Si. – Fu la secca risposta.

Era accaduto la sera precedente: al ritorno da una cena a Montesarchio con un piccolo cliente di Benevento e due suoi dipendenti; aveva voluto guidare la macchinetta sportiva del cliente e si era andato ad incastrare sotto un grosso camion che procedeva in senso inverso. I tre viaggiatori erano feriti molto gravemente, lui era morto sul colpo.

Mi recai subito all’ospedale di Benevento: i feriti non erano in condizione di ricevere visite. Un infermiere mi chiese se volevo vedere la salma. Dissi di sì. Quando fui di fronte al cadavere del mio amico, un ragazzo di una bellezza non comune con un fisico perfetto da atleta, fui preso da una rabbia cieca, cominciai ad urlargli improperi di ogni genere ed offese sanguinose fino a che l’infermiere riuscì ad allontanarmi con la forza.

Poi venne a Napoli il direttore generale, andammo insieme a visitare la famiglia, eravamo naturalmente tutti affranti ma, tra le righe, si cominciava ad accennare a discorsi di soldi...

Irrazionalmente decisi che quel lavoro non faceva più per me.

   
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