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V

Alla ventura.

Ero in questo stato d'animo quando, presentato da un amico, mi venne a visitare in ufficio un signore che mi prospettò molto brillantemente un programma di investimento. Si trattava di un fondo comune: un sistema già molto diffuso in America, ma che in Italia non era ancora conosciuto. L'idea di tanti piccoli risparmiatori che univano le loro forze per investire in borsa a lungo termine con la consulenza di professionisti di fama internazionale, mi affascinò, ed aprii un piccolo programma di risparmio.

Alla sua seconda visita quel signore rispose alla mia curiosità, parlandomi del suo lavoro e facendomi capire, tra le righe, che avrei potuto farlo anch'io con grande soddisfazione. Mi illustrò l'imponente organizzazione internazionale che lo gestiva e i guadagni possibili, anzi certi. Non esistevano stipendi e la retribuzione era unicamente a provvigioni. Di fronte alla mia perplessità per questo tipo di retribuzione, mi fece vedere quanto aveva guadagnato sul mio modestissimo programma di investimento: era più del mio stipendio di un mese! Rimasi senza parole.

- Se vuole, le procuro un appuntamento, senza impegno, col mio manager: lui le spiegherà meglio tutto.

Naturalmente volli.

Il manager mi ricevette in una saletta riservata dell'Hotel Excelsior e mi raccontò cose incredibili a proposito della carriera e dei guadagni possibili. Mi parlò di un certo Bernard Cornfeld, fondatore dell'azienda che, da un ufficietto in un ammezzato di New York, era diventato uno dei più ricchi finanzieri del mondo. Mi mostrò una serie di riviste finanziarie americane che parlavano di lui e, alla fine, ero convinto.

Mi disse anche che entrare a far parte della struttura non era facile, che bisognava avere alcuni requisiti professionali e di carattere e che non era sicuro che io li possedessi. Mi suggerì di pensarci su e, se avessi deciso di partecipare alla selezione, avrei dovuto chiamarlo per un altro appuntamento.

Il marpione mi aveva preso per il verso giusto: era una sfida.

Decisi che avrei comunque partecipato alla selezione riservandomi di accettare o meno il lavoro, una volta superati i colloqui. Non era una decisione da prendere alla leggera: avevo ormai due figli e trentacinque anni.

Quando, alla fine di una lunga serie di colloqui, fui dichiarato idoneo, dovevo presentare una domanda con un elenco di referenze controllabili e copia delle dimissioni dalla mia attuale attività. Dovevo decidere: dentro o fuori. Ne parlai a lungo con mia moglie e, contrariamente a quanto avevo pensato, mi incoraggiò a tentare: "Il mio stipendio certo non ci basta, ma ci dà una base di sopravvivenza, un po' di risparmi da parte ci sono e, se ce l'hanno fatta gli altri, ce la farai anche tu".

Il dado era tratto: la mattina dopo, in ufficio, scrissi la mia brava letterina di dimissioni. Ormai avevo una certa pratica... Il lavoro si rivelò molto più difficile del previsto: era veramente un'impresa ardua convincere le persone ad affidare i propri risparmi a dei perfetti sconosciuti che, a loro dire, li avrebbero investiti in una cosa che chiamavano "fondo comune di investimento" regolato dal diritto lussemburghese e che, in Italia, non offriva uno straccio di tutela legale.

Nei primi due mesi di lavoro non guadagnai un soldo ma, nelle frequentissime riunioni, gli anziani mi insegnarono un lavoro che avevo creduto di conoscere bene e, con l'aiuto del mio supervisore, cominciai anch'io a produrre.

L'assegno che ricevetti alla fine del terzo mese superava l'importo di cinque dei miei precedenti stipendi! In quel periodo le borse vivevano un momento particolarmente favorevole ed i primi clienti videro il loro investimento crescere in modo quasi esponenziale.

Naturalmente consigliarono la cosa agli amici, ed il lavoro ebbe un ulteriore sviluppo.

Dopo il primo anno avevo guadagnato molti soldi ed ero diventato, a mia volta, supervisore.

C'era solo un problema: i soldi, come arrivavano, sparivano. In questa attività l'apparire era fondamentale: il mio manager mi trascinò dal suo sarto (l'unico vestito su misura l'avevo fatto per il matrimonio), la marca di scarpe che usavo da una vita non andava più bene, la vecchia millecento dovette essere sostituita da una macchina di lusso, perfino la borsa da lavoro mi costò un capitale. E poi c'erano le feste a Roma, all'Hilton, dove una camera costava quanto una casa al mare. Erano feste grandiose, con la partecipazione dei cantanti più famosi del momento. Ed era obbligatorio portare le mogli. Perché i grandi capi pensavano che, una volta entusiasmate dall'ambiente, avrebbero incitato i mariti a lavorare di più. In queste occasioni venivano pubblicamente premiati coloro che avevano raggiunto determinati traguardi: orologi Baume & Mercier per noi, anelli con pietre preziose per le mogli.

Emma però non si lasciò incantare: era infastidita da quello che lei chiamava "fumo", non aveva nulla in comune con le mogli dei miei colleghi e mal si adattava agli inviti ed alle frequenti notti in discoteca.

Poi le borse cominciarono a scendere ed il mio lavoro fu quasi esclusivamente convincere i clienti che volevano disinvestire a non farlo. Si trattava di un investimento a lungo termine e le oscillazioni erano previste, ma molti di loro avevano aderito solo per avidità, senza capire cosa facevano, ed avevano solo fretta di recuperare i propri soldi. Pochi capirono e, a distanza di anni, furono ampiamente soddisfatti. Ma, con le borse in continua caduta libera, i guadagni di noi venditori scemarono sensibilmente. Molti cambiarono lavoro.

Intanto era subentrata una società italiana che ci inquadrò come agenti (una bella caduta da "consulenti finanziari") e ci diede da vendere anche qualche obbligazione, ma le provvigioni erano molto lontane da quello che eravamo abituati a guadagnare. Le feste finirono, la nostra vita si normalizzò ma, a furia di normalizzarsi, diventò difficile. I nuovi venditori che supervisionavo non riuscivano ad avviarsi e, io stesso, non ottenevo risultati sufficienti.

Era in arrivo la terza figlia e non potevo permettermi di attendere tempi migliori. Quel lavoro continuava a piacermi, ma era diventato un lusso.

Risposi quindi all'inserzione di una fabbrica di televisori ed autoradio.

   
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