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VI

Ritorno alla normalità.

Il primo colloquio lo ebbi a Napoli con il capo-area sud. Dopo le ultime esperienze, il mio "apparire" era al massimo e mi accorsi che il poverino era addirittura in soggezione, quasi in difficoltà. Anche il colloquio a Roma con il direttore commerciale fu un successo: feci pure il difficile, ed ottenni condizioni molto migliori di quelle che, in un primo tempo, mi avevano proposto.

Il lavoro si rivelò una passeggiata: vendevo un prodotto concreto e visibile, di una fabbrica nota, a rivenditori (cioè a gente che ne aveva comunque bisogno per lavorare). L'unico vero impegno era, in una zona come la Campania, farsi pagare. I fatturati salivano senza nessuno sforzo da parte mia e pensavo di aver finalmente trovato un minimo di stabilità.

Furono tre anni di relativa tranquillità. Poi l'azienda cominciò a mostrare segni di difficoltà. Il direttore commerciale andò via lasciando il posto ad una persona con la quale non andavo molto d'accordo.

Il capo-area, con cui lavoravo a stretto contatto, andò in crisi... In questa situazione mi giunse la telefonata del vecchio direttore:

- Come va? I bambini come stanno? Il lavoro va bene? - Lo conoscevo bene ed il senso della telefonata era evidente:- Direttore... Bando alle chiacchiere e fuori la proposta! - Sapevo che era diventato direttore generale di una nuova fabbrica di autoradio e stava impostandone l'organizzazione di vendita. Naturalmente la proposta era di occuparmi della distribuzione in Campania dei suoi prodotti: avrei dovuto, a tempi di record, organizzare un'agenzia con deposito ed iniziare subito l'attività.

Lo andai a trovare a Roma e mi accompagnò a visitare la fabbrica in provincia di Reggio Emilia. I prodotti erano di buona qualità ed i prezzi molto convenienti. Alla mia obiezione, circa il danaro occorrente per avviare uffici e deposito, mi consegnò un congruo assegno, in conto future provvigioni, e che avrei rimborsato poco per volta.

Trovai i locali al piano terreno di un palazzo appena ultimato, in una zona della città di sicuro sviluppo in quanto era prevista l'apertura di un'uscita della tangenziale a pochi passi. L'ambiente non era dei migliori: nei pochi minuti che impiegai per chiedere al portiere dello stabile qualche notizia, mi rubarono l'autoradio! Ma la zona era commercialmente valida, i locali erano spaziosi ed a prezzo accettabile. Feci installare dei sofisticati sistemi di antifurto, ed iniziai l'attività.

Non fu particolarmente difficile: conoscevo bene la clientela e, come ho detto, i prezzi erano convenientissimi. Mi diedi da fare per trovare anche una fabbrica di accessori per autoradio e, presto, fui in grado di offrire un servizio completo.

Il prodotto si rivelò anche molto appetibile per i commercianti della Duchesca (un piccolo quartiere nei pressi della stazione dove si vendeva di tutto e di tutte le provenienze, a prezzi molto bassi). Questi negozietti, attrezzati con grandi banchi esterni, vendevano ed acquistavano esclusivamente per contanti ed in notevoli quantità.

I fatturati salivano rapidamente ed anche le mie provvigioni per cui, appena si liberò un grande locale di fronte ai miei, approfittai dell'occasione per aprire una stazione di servizio per l'installazione e la riparazione di autoradio. Mi fu facile, tra i dipendenti dei miei clienti, trovare un ragazzo in gamba a cui affidare la direzione dell'attività.

Per poter essere più libero di muovermi chiesi a mio padre, ormai in pensione, di darmi una mano. E così, mentre lui si occupava della contabilità e teneva d'occhio il forte, incrementai le mie visite all'esterno, con ulteriori vantaggi per i fatturati.

Una sera, al mio rientro dal solito giro, trovai mio padre sconvolto: avevamo subito la nostra prima rapina. Pochi danni materiali ma un grande danno morale.

Presi il porto d'armi e diradai le mie uscite. Ero quasi sempre presente, tra l'ufficio, la stazione di servizio ed il bar di fronte, con il calcio della calibro trentotto ben visibile, nella fondina sotto la giacca.

Fu forse grazie al revolver, o anche all'espressione decisa che madre natura mi aveva donato che, per parecchio tempo, non avemmo più fastidi.

Le cose andavano troppo bene per durare... La fabbrichetta di autoradio cominciò ad avere qualche problema di liquidità e fece una proposta a tutti gli agenti: avrebbe venduto direttamente a noi i suoi prodotti per superare le lungaggini provocate dalla gestione dei depositi e, per indorarci la pillola, ci propose dei prezzi speciali molto vantaggiosi. Quasi tutti accettammo: i pagamenti erano comunque comodi ed i nostri margini erano più che raddoppiati.

Ma le difficoltà della fabbrica non erano superate. Presto chiese pagamenti per contanti (a prezzi ancora migliori). Io avevo una discreta disponibilità (grazie ai commercianti della Duchesca) e l'assecondai. Ma cominciai a preoccuparmi per il futuro.

Fu in quel periodo che mi venne a trovare il mio ex capo-area: pensava che il suo posto di lavoro fosse in pericolo per l'aria che tirava in ditta e mi chiese se avevo, per lui, una possibilità di lavoro. Gli spiegai che il mio futuro non era roseo e che, nelle attuali condizioni, non era prevedibile un ampliamento dell'attività. Era comunque un ottimo venditore e mi dispiaceva lasciarlo andare. Gli proposi quindi di creare insieme un'altra società: si sarebbe occupata della distribuzione a rivenditori dei miei prodotti ma, soprattutto, avremmo diversificato l'offerta acquistando all'ingrosso il meglio che il mercato offriva nel settore.

L'idea gli piacque ma lo spaventò: non aveva soldi ed aveva bisogno di un fisso mensile, essendo in famiglia l'unico a lavorare. Ormai già vedevo la "Pinco Palla Distribution" nella mia fantasia e lo incoraggiai a pensarci seriamente: il danaro non sarebbe stato un grosso problema ed avremmo trovato una soluzione. Se ne andò promettendo di ritornare presto e lasciandomi a fantasticare.

Il mio saggio padre, che aveva seguito la discussione dal suo tavolo di lavoro, disse soltanto: "Questa persona non mi piace: non mi ispira fiducia, lasciala perdere." Ma... Se nella vita avessi seguito i consigli di mio padre, ora sarei un tranquillo pensionato del catasto.

E così, quando ritornò, fondammo la nuova società: lui avrebbe conferito, in conto capitale, i residui della sua magra liquidazione ed io avrei messo il resto. Avrebbe avuto il 40% delle quote, sarebbe stato assunto regolarmente ed avrebbe percepito uno stipendio (nei primi tre mesi si riprese il suo capitale). Io sarei stato amministratore unico, con pieni poteri.

Entrambi eravamo noti ed apprezzati nell'ambiente e non incontrammo difficoltà ad ottenere credito dai fornitori. Subito le vendite decollarono e l'azienda cominciò rapidamente a crescere. Gradualmente prendemmo in affitto nuovi locali: lo stabile dove avevo il mio ufficio era di nuova costruzione, il piano terreno era quasi tutto disponibile e, nel giro di qualche anno, l'occupammo tutto.

Anche il personale aumentò rapidamente fino a raggiungere le diciotto unità. Eravamo tutti entusiasti e galvanizzati dal successo e creammo un ambiente di lavoro piacevole e stimolante. Il giro di contanti diventò imponente e, anche se lavoravamo a margini forzatamente bassi, riuscivamo a far fronte a tutti i nostri impegni. Acquistammo i locali occupati dalla mia stazione di servizio e, viste le dimensioni raggiunte, incorporammo anche la stazione di assistenza ed installazione nella struttura.

In meno di dieci anni eravamo, nella regione, tra le prime tre o quattro aziende del settore. In quel periodo la grande distribuzione nazionale non aveva ancora raggiunto le attuali dimensioni per cui c'era abbastanza spazio per organizzazioni relativamente piccole.

Ma eravamo a Napoli: i locali molto grandi e la pubblicità che dovevo necessariamente fare per mantenere le vendite sempre in incremento, attirarono l'attenzione di gente a cui la mia grinta e la mia trentotto facevano un baffo e, da piccolo imprenditore, mi dovetti trasformare in una patetica imitazione di pistolero di periferia. Il mio socio era un debole e, in questa situazione, non mi poteva essere di nessun aiuto. Rimasi quindi da solo a fronteggiare qualcosa molto più grande di me, oltretutto in un momento di recessione economica: ci fu una stretta creditizia generale da parte dei fornitori e l'azienda, che viveva sul giro di incassi e pagamenti programmati, cadde in una seria crisi di liquidità. I margini, già bassi, non riuscivano a coprire i pesanti interessi pretesi dalle banche e dai fornitori. Era un periodo in cui gli sconti che si ottenevano pagando per contanti andavano dal sei all'otto per cento e gli interessi passivi erano al diciotto per cento.

Volendo rimanere competitivi con i concorrenti, avremmo dovuto lavorare in netta perdita. Tentai per due o tre anni di far fronte ad una situazione che si degradava giorno per giorno, fino a quando dovetti arrendermi.

Inutile dire che uscii da questa esperienza debilitato nel fisico e nel morale e, quando finalmente fui libero dalle varie pastoie burocratiche, desideravo solo restare solo e lontano da tutti. Fu così che me ne andai in campagna. Non a fare il villeggiante, ma il contadino. Il massacrante lavoro manuale mi consentì di ritrovare il sonno ma, solo dopo qualche mese, fui in grado di lasciare in casa il revolver che, per tanto tempo, era stato l'unico amico di cui mi potessi fidare.

Ma... Questa campagna... dove l'avevo presa? Facciamo un piccolo passo indietro.

Avevo quarantasei anni e la gente mi considerava un uomo di successo: avevo messo su, da zero, un’azienda che sembrava molto florida (conoscevo solo io la montagna di debiti su cui era costruita), la mia famiglia (moglie e tre figli) vivevano, se non nel lusso, in una tranquilla agiatezza. Non mi mancava niente.

Ed ero profondamente infelice. La mia natura (forse i famosi condizionamenti atavici) era profondamente onesta. Questo vivere da ricchi quando sapevo benissimo di non esserlo, mi manteneva in un continuo disagio. Avevo sperato, massacrandomi di lavoro, di poter portare l’azienda in pari ma, man mano che passava il tempo, mi rendevo sempre più conto che non ci sarei riuscito: in un mondo dove dovevo misurarmi con gente con tanto pelo sullo stomaco, che sfruttava i dipendenti, evadeva le tasse, comprava merce rubata, incendiava i propri depositi per frodare le assicurazioni, riciclava danaro sporco, ero il tipico vaso di coccio.

E’ vero, i miei dipendenti mi amavano, i fornitori mi davano credito pressoché illimitato, i clienti erano assidui ed affezionati. Ma i margini erano forzatamente bassi e chiaramente insufficienti. Ogni volta che rifacevo i conti (ed accadeva tutti i giorni) consideravo seriamente l’idea di chiudere tutto. Ma ormai davo da vivere a diciotto famiglie.

Che fare? Mandarle tutte in mezzo ad una strada? E così, ogni mattina, ritornavo ad un lavoro che per me era un Calvario: dopo le quotidiane visite alle banche, i contatti con i fornitori, le telefonate degli estorsori, appena riuscivo a ritagliarmi un paio d’ore, montavo sulla mia moto e me ne andavo in giro per le campagne, sognando una vita bucolica ed un sano lavoro manuale.

Un giorno lessi sul giornale un annuncio: "Sulle colline di Agropoli, vendesi terreno trentamila mq, con rudere, diciotto milioni." Telefonai solo per curiosità ma il mio interlocutore era un ottimo venditore e mi convinse ad andare a vedere il terreno. Era sulla strada tra Agropoli ed Ogliastro, la vecchia statale diciannove che, con un milione di curve, attraversava tutto il Cilento, giungendo fino in Calabria. Un chilometro prima di Ogliasto, nascosto tra la vegetazione, c’era un cancelletto di legno marcio dal quale si accedeva ad uno scosceso sentiero di terra battuta: - Qui comincia la proprietà – magnificò il mio accompagnatore – Vede quella fila di querce alla nostra sinistra? Comincia di là ed arriva fino a quell’altra fila sulla destra. Tutta questa parte che vediamo, a fronte strada è il confine superiore. Quello inferiore da qua non si vede... Ma ora scendiamo giù. C’è anche un progetto già approvato per un villino a fronte strada. - Ma io del villino a fronte strada non sapevo che fare. Volevo vedere il rudere.

Ci avviammo quindi per il sentiero, scostando con le mani i rami che lo avevano invaso. Dopo aver percorso il viottolo per tre/quattrocento metri, sbucammo in uno spiazzo dove, nascosta tra la vegetazione, sorgeva quella che la mia guida chiamava pomposamente la casa. Vista dallo spiazzo sembrava una lunga e bassa costruzione di pietra viva ricoperta da un tetto. Vi si accedeva per una porticina in fondo che il mio accompagnatore aprì con una di quelle grosse chiavi che si usavano una volta.

La prima stanza doveva essere stata una cucina: sulla sinistra c’era ancora un piccolo camino con una data scolpita nella pietra: 1815! Di fronte alla porta c’era una finestrella con le imposte di legno in buono stato, evidentemente montate in epoca successiva. La aprii facilmente e rimasi incantato: sotto di me si stendeva tutta la vallata, migliaia di ulivi, interrotti da piccole e rade case isolate, scendevano dolcemente verso il fondo dove passava una ferrovia che, vista da lassù, sembrava un giocattolo. Più avanti ancora tanto verde e poi, alla fine, il mare.

Alla sinistra dell’ingresso si entrava in un’altra grande stanza, con la solita finestrella sul panorama e in fondo, sempre sulla stessa linea, ancora un altro locale uguale. Il soffitto, di grosse travi in legno, lasciava intravedere diverse aperture attraverso le quali entrava il sole ed i pavimenti, rivestiti in piastrelle screpolate, richiedevano una discreta dose di incoscienza per essere calpestati, avvallati e malsicuri com’erano.

La casa, contrariamente a come sembrava, era di due piani, ma essendo costruita sul fianco della collina, aveva tutti e due i piani al livello del suolo: dalla parte in alto si entrava nell’abitazione e, dalla parte bassa, nelle stalle. Anche davanti alle stalle si apriva un largo spazio che, dalle porte delle stalle giungeva, dopo una trentina di metri, ad una folta siepe di fichi d’india al di sotto della quale la collina ricominciava a digradare con una pendenza abbastanza lieve. Sul lato destro della casa un vialetto in cemento, costeggiato da una fila di porcili, permetteva la comunicazione con le stalle. Nella parte superiore, sull’angolo, una vite secolare il cui tronco un uomo non sarebbe riuscito ad abbracciare, formava un grosso groviglio che un tempo era stato un pergolato. Nella parte inferiore un grande gelso aveva sparso i suoi frutti al suolo tutt’intorno.

Al momento non potei rendermi completamente conto della varietà di piante che crescevano su quel terreno, vidi solo tanti ulivi ed alcune viti perché l’erba, non tagliata da anni, aveva reso la zona impraticabile. Mi accontentai quindi della parola del venditore: - Ci sono peri, meli, ciliegi, fichi, albicocchi, aranci... In fondo c’è anche un grande noce... e tre pozzi. –

Ritornando in ufficio mi sforzai di soffocare la mia esaltazione: - Che stupidaggine – Mi dicevo – Ti pare che, con questi chiari di luna, mi vado a comprare una terra? – Il mio essere razionale considerava una cosa del genere una vera pazzia. Mi rituffai nel lavoro e non ci pensai più. Fino a quando non ricevetti, alcuni giorni dopo, una telefonata:

-Don Vincenzo?

-Si... Chi parla?

-Sono Antonio di Agropoli... Non vi ricordate di me?

-Si certo... Mi ricordo... Avrei dovuto chiamarvi... Vi chiedo scusa.

-Allora questo affare... Lo volete fare? Io ho altre proposte.

-Si avete ragione, vi chiedo ancora scusa... Ma vendete liberamente. Io non posso comprare.

- Non vi è piaciuta la proprietà?

-Si... Mi è piaciuta ma... Non me la posso permettere.

-Ma no! Se vi è piaciuta il resto si risolve. Il prezzo si può rivedere, e poi... Non è che i soldi me li dovete dare tutti insieme. Troviamo una soluzione comoda. Domani vi vengo a trovare e ne parliamo da vicino.

-Non voglio farvi perdere tempo...

-Non vi preoccupate: io devo venire a Napoli per altre cose. Non me lo volete offrire un caffè?

-Va bene, d’accordo. Ci vediamo domani.

E fu così che mi ritrovai proprietario terriero. La cosa non fu proprio così immediata. Presi ancora un po’ di tempo e, la domenica successiva, portai moglie e figli in gita, guarda caso, proprio in campagna dove, sempre per caso, c’era una piccola proprietà in vendita.

I ragazzi ne furono incantati ed anche mia moglie mostrò un certo gradimento. Per non parlare di Igor, il nostro bellissimo boxer tigrato, che si lanciò in corse sfrenate nell’erba alta. Queste corse mi sono rimaste impresse perché ricordo che, vedendolo arrivare verso di noi lanciato come un proiettile e temendo che qualcuno dei bambini si facesse male, mi parai davanti a lui per fermarlo. Ma avevo sottovalutato l’intelligenza del povero animale: quando lo ebbi a qualche metro da me, vista la velocità, pensai di scansarmi spostandomi di lato, la stessa idea la ebbe anche lui... E mi trovai sbattuto per terra con una tale violenza che ancora mi stupisco di esserne uscito tutto intero.

I miei bambini, come tutti i bambini di città, e soprattutto di una città di mare, non avevano le idee chiare sulla campagna ed ogni cosa era motivo di grande meraviglia. Bianca, che aveva otto anni, indicando alcune viti mi chiese: - Papà, quelli sono gli uvi? – Per lei era normale che, se una pianta che dava le pere si chiamava pero ed una che dava le mele si chiamava melo, quella che dava l’uva si chiamasse uvo!

Avevamo portato le colazioni al sacco e facemmo un delizioso pic-nic sull’erba, e senza formiche. Quel posto era abbandonato da tanti di quegli anni che, forse, se n’erano andate anche le formiche! Poi raccogliemmo un po’ di legna secca ed accendemmo un bel fuoco nel vecchio camino con grande divertimento dei bambini e, devo ammetterlo, anche mio.

Mia moglie era in un particolare stato di grazia: quale momento migliore per raccontarle della trattativa in corso e delle mie perplessità circa la spesa? - Diciotto milioni non sono tanti – disse – E poi, forse, concluderesti a sedici, io ho un po’ di soldi da parte... Ti potrei dare una mano.

Il viaggio di ritorno a casa fu tutto un fiorire di progetti e di programmi... Quel posto era già nostro. Inoltre era a sette/otto chilometri dal porto di Agropoli, dove avremmo potuto tenere una barchetta.

Il lunedì mattina chiamai un mio cognato avvocato e lo pregai di affiancarmi nella conclusione dell’affare. Naturalmente, da buon avvocato, vide tutte le eventuali difficoltà ed i pericoli ed io, ormai cotto a puntino, lo odiai. Pretese comunque che andassi a trovare tutti i proprietari dei fondi confinanti per fargli firmare una dichiarazione in cui affermavano di non aver interesse ad acquistare la proprietà, fece tutti gli accertamenti catastali necessari e, finalmente, quel piccolo angolo di Paradiso fu nostro.

   
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